Il caso Telecom for Dummies
Alzi la mano chi è in grado di spiegare sinteticamente e chiaramente che è successo con il caso Telecom.
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IL PASTICCIO TELECOM SPIEGATO AI BAMBINI
Finisce (o comincia?) con le dimissioni di Tronchetti Provera. E non solo le sue.
(di Giorgio Dell’Arti - Vanity Fair n° 38, 21-28 settembre 2006)
Bufera
Telecom Eccetera
Siamo in piena bufera Telecom. Tronchetti Provera s’è dimesso da presidente dell’azienda, Prodi dice di non aver fatto quello che molto probabilmente ha fatto, D’Alema è al contrattacco, forse rinasce l’Iri, Murdoch ha detto che non compra e non vende più niente, Berlusconi e De Benedetti potrebbero mettersi d’accordo un altra volta, il professor Guido Rossi potrebbe essere buttato fuori dal calcio (già successo il 19 settembre, ndJoke), anche il governo qualche pericolo lo corre eccetera.
continua…
Rete
Dallo Stato agli Agnelli
Il telefono di casa nostra è collegato a un’immensa rete mondiale, fatta di cavi di rame, che già quarant’anni fa ci permetteva di parlare in diretta con tutto il mondo. Il pezzetto italiano di questa rete appartiene alla Telecom. La Telecom, una volta, era dello Stato. Durante il suo primo governo (1996-1998), Prodi la vendette per far cassa: bisognava rimettere a posto i conti pubblici per via dell’euro. Lo stato incassò 26 mila miliardi di lire (circa 13 miliardi di euro, n.d.Joke) e il controllo passò agli Agnelli. Colaninno, con la benedizione del presidente del Consiglio, Massimo d’Alema, li scalo con un Opa. Dovette mettere sul tavolo 50 mila miliardi di lire ma non li aveva e se li fece prestare. Poi, nel 2001, vendette a Tronchetti Provera, che trovò dentro Telecom il debito prodotto dalla scalata e altri debiti provocati da altri acquisti fatti nel frattempo da Colaninno e i suoi soci volevano 4 euro per azione (al momento ne vale due). Tronchetti non li aveva e se li fece prestare a sua volta dalle banche. Altre banche diventavano azioniste insieme a Tronchetti, impegnandolo però a ricomprarsi i pacchetti tra cinque anni (cioè adesso) sempre a 4 euro. Tronchetti accettò tutto. Il debito di Telecom era di 48 miliardi di euro, poco meno di 100 mila miliardi di lire. Tronchetti ha passato gli ultimi cinque anni a vendere pezzi d’azienda giudicati non strategici per diminuire l’indebitamento e a fondere tra loro pezzi del suo impero per razionalizzare la situazione. Il risultato è che adesso Telecom ha debiti per 41 miliardi (di euro, ndJoke) e dovendo il prossimo mese ricomprare un bel pacco di azioni dalle banche e restituire ai risparmiatori i soldi di un bond, si trova piuttosto nei guai.
Tronchetti ha pensato: vendo la rete. Oppure: vendo la compagnia dei telefoni cellulari, cioè la Tim. Poi ha anche pensato: non posso farlo senza parlare con il governo. È andato perciò due volte a parlarne con Prodi.
Prodi
Vietato vendere allo straniero
Prodi ha ascoltato con attenzione Tronchetti. Tronchetti gli ha detto che sul tavolo c’erano svariate opzioni: vendere la Tim a Murdoch (Sky, ndJoke) o a Time Warner o a General Electric, far entrare Murdoch nel capitale Telecom fino a ipotizzare una fusione con Sky Italia «In ogni caso il controllo di Telecom restrebbe in mani italiane». Ma a Prodi non deve essere piaciuta l’idea che la Tim finisse in mani straniere e ha perciò fatto preparare al suo consulente finanziario Angelo Rovati un piano di ristrutturazione in cui la Telecom cede alla Cassa Depositi e Prestiti (vedi sotto) il controllo della sua rete (Cioè, da quanto ho capito, la rete sarebbe ripassata in mano dello Stato, come succede in moltissimi Paesi Europei, garantendo un vero libero mercato della telefonia, ndJoke), ne ricava denaro e vive contenta. Su questo i due hanno cominciato a litigare (secondo Il Sole Tronchetti era disponibile a dare la rete, ma voleva mano libera sulla Tim), la cosa è diventata pubblica e Prodi, in forte imbarazzo, ha sostenuto che il piano di Palazzo Chigi era stato preparato a sua insaputa da Rovati (che a sua volta, alla fine si è dimesso). I suoi colleghi politici sono obbligati a credergli, ma questa versione dei fatti non sta in piedi e, in una ricostruzione credibile di quanto è avvenuto, non possiamo prenderla in considerazione. Murdoch intanto, vista l’aria che tira, ha fatto sapere di non essere più interessato a nessun accordo.
Cassa
Il Prodi economicus
La Cassa Depositi e Prestiti e una banca pubblica che gestisce i soldi raccolti nei 14 mila sportelli postali. Tremonti l’ha riformata in modo da caricarla di un po’ di debito dello Stato, così che la nostra posizione nei confronti di Bruxelles risulti migliore: poichè sta in piedi con la stessa logica di una banca privata i suoi deficit non possono essere computati e i soldi che da alle aziende non possono essere considerati aiuti di Stato. Questo, secondo Tremonti, Bruxelles non ha ancora deciso se il discorso fila o no. Intanto la Cassa ha preso il 30 per cento di Terna, una società che distribuisce l’energia elettrica. Se, dopo la rete elettrica, prendesse un pezzo rilevante della rete telefonica e poi un pezzo rilevante della rete del gas (Snam) e poi magari un pezzo rilevante della rete autostradale (Benetton con gli spagnoli: ecco perchè - hanno detto tutti la settimana scorsa - il governo non li vuole far sposare), ebbene in questo caso la Cassa prenderebbe le sembianze di un piccolo Iri (Rutelli: un «Iretto»), il defunto Istituto per la Ricostruzione Industriale, principe delle vecchie partecipazioni statali di cui Prodi è stato presidente, due volte, per una decina d’anni. Chi potrebbe dare una mano, nel sistema bancario? Il gruppo Intesa-San Paolo, appena fuso, pieno di soldi e dominato dagli sponsor di Prodi, Salza e soprattutto Bazoli. Devo aggiungere che quando s’è capito dove andava a pare il premier, si sono alzati strilli dalla parte dei diessini? Che il quotidiano di Rutelli - Europa - ha cominciato a pubblicare editoriali sottilmente anti-premier? Prodi non ha un partito politico e sta tentando di costruirsi una posizione di potere sul versante economico. I primi a non volere che ci riesca sono proprio i suoi alleati di governo.
Dimissioni
Entra Rossi (resta Federcalcio)
E così la sera di venerdì 15 settembre - a Borse chiuse - Tronchetti s’è dimesso da presidente Telecom, lamentando che le pressioni del governo erano troppo forti. Il CdA ha eletto allora il nome concordato a tutti i livelli (e sottolineo: a tutti i livelli), quello del professor Guido Rossi, che è già stato presidente di Telecom, è nemico delle nazionalizzazioni di qualunque tipo, conosce le banche e i magistrati (già all’opera per le intercettazioni) ed è sorretto dagli antiprodiani dell’area D’Alema-Rutelli. La necessità di vendere spingerà tutti alla formazione di uno o più tavoli. Chi ha i soldi per comprare? Berlusconi e De Benedetti. Ed ecco tornare l’ipotesi - per il momento solo sussurrata - di un grande accordo tra i due ex grandi nemici, accordo - come si ricorderà - già tentato l’anno scorso. Un indizio? Per la prima volta nella storia, Berlusconi non ha parlato male di Guido Rossi, anzi: «Va a finire che ce lo ritroviamo a Palazzo Chigi e non sarebbe neanche un gran male». Guido Rossi dovrà lasciare, ora che è presidente di Telecom, la carica di commissario della Federcalcio? Il mondo dello sport e della politica risponde ad una sola voce: sìììì. Lui, invece, ha già detto: nooo. (e invece si è dimesso, il 19 settembre, dalla carica alla Federcalcio, ndJoke)
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