Lifedomes – La guerra per le idee

Lifedomes“Buongiorno a tutti voi” esordì Ojek. “Immagino siate stati già messi al corrente della situazione. Come ho già detto ai quattro che erano qui ieri sera… non fatevi prendere dal panico, non abbiamo cattive intenzioni. Vi do la mia parola che, se tutto filerà liscio, entro la settimana prossima saremo già spariti, senza lasciare alcuna traccia del nostro passaggio” annunciò, nell’intento di apparire amichevole – e far quindi abbassare la guardia ai giovani soldati dell’avamposto.

Lo sguardo agitato di Elizabeth cercò quello di Nad, la cui attenzione era però tutta sull’uomo che stava parlando.

“Non siamo assassini, e lo abbiamo dimostrato con il modo in cui abbiamo preso il controllo di questo avamposto”, proseguì. “Tutto ciò che vogliamo è la vostra attenzione, per qualche giorno. Vi chiediamo di ignorare i Visori, liberare le vostre menti da tutta l’immondizia che vi viene propinata quotidianamente, e di non rifiutare le nostre parole ancora prima di sentirle”.

Ojek si fermò per un istante. Le guardie e le infermiere avevano già iniziato a confabulare concitatamente, chi stupefatto dai modi pacati del ribelle, chi invece diffidente per il suo discorso inaspettatamente mansueto.

“Ma ci sta prendendo in giro o cosa?”
“Meno male… temevo che volessero ammazzare il Capitano…”
“Perché dovevano mandare qua proprio me…”
“Non so te, ma io non credo a una sola parola di quello che sta dicendo.”
“Di che immondizia sta parlando? I Visor prendono un solo canale, che è controllato dal governo stesso…”
“Mah, stiamo a sentire… non c’è molto che possano fare, da soli”

Nad si girò verso Elizabeth, che appariva piuttosto perplessa.
“Quindi… hanno rischiato la pelle solamente per farci la predica?” gli chiese lei, inarcando il sopracciglio destro, con un’espressione confusa che Nad trovava irresistibile.
“Non so cosa dire. Aspettiamo, vediamo cos’hanno intenzione di dirci. Per fortuna non hanno cattive intenzioni, almeno sembra…”

Il ribelle riprese il suo discorso: “Non siete obbligati a credere a ciò che vi racconterò. Per quello che sapete voi – o meglio, per quello che decidono che voi conosciate – tutto quello che dirò suonerà incredibile, completamente campato per aria. Per questo, stanotte, Sherry ed io abbiamo leggermente modificato il vostro Holocomm, in modo che possa funzionare da proiettore; vi faremo vedere alcuni documenti e filmati che – mi auguro – vi facciano pensare sulla situazione che ci ritroviamo quotidianamente di fronte. Anzi, che ogni giorno diventa sempre più grave”.

Il Ribelle rientrò nella capanna per un paio di minuti, tornandone fuori con uno strano aggeggio di forma cilindrica, non più lungo di trenta centimetri, collegato all’Holocomm mediante uno spesso cavo. Ad una delle estremità, una piattaforma di materiale plastico fungeva da base, in modo da assicurare un minimo di stabilità al dispositivo; dall’altra parte, invece, era alloggiato un minuscolo proiettore olografico, che riceveva le immagini da visualizzare direttamente dall’unità di elaborazione dell’Holocomm.

Ojek si appoggiò al tronco con la mano libera, e sporgendosi leggermente in avanti lasciò cadere il dispositivo, che atterrò morbidamente sul fogliame, giusto sulla propria base.
“Per oggi, le vostre attività di pattuglia sono sospese; penseremo noi a far credere al Comandante Galen che tutto proceda come al solito” avvertì Ojek. “Buona visione”.

Il ribelle sparì all’interno della sala del Capitano, e poco dopo il piccolo aggeggio che aveva gettato a terra iniziò ad emettere un lieve ronzio.
Tutti avevano ascoltato il veterano con intensa e totale attenzione, anche chi in un primo momento si era dichiarato incredulo ed ostile ai suoi proclami. Allo stesso modo, ora, tutti erano ansiosamente rivolti al proiettore, incuriositi ad arte dal bravo showman che si era rivelato essere Ojek.

Il filmato cominciò quasi subito: la tecnologia avanzata del dispositivo assicurava una visibilità sufficiente anche in piena luce, rendendolo un’arma molto utile e versatile per la ‘guerra delle idee’ che i ribelli combattevano ormai da mesi.

—–

“Bravo, bravo. Bel discorso” applaudì spiritosamente Sherry al rientro dell’amico.
“Bah, ordinaria amministrazione…” si schermì lui. “È da una vita che faccio questo mestiere…”
“Ah sì? Adesso che mi ci fai pensare, non te l’ho mai chiesto… cosa facevi prima di unirti ai Ribelli?”
Ojek non rispose, indicando il Capitano Redgarn, ancora legato, sdraiato a terra e appoggiato con la schiena ad una delle pareti della capanna.
“Non è una buona idea parlarne adesso, a meno che tu non voglia dare a questo curiosone una scusa per fare carriera. Diciamo solo che non mi sono mai ‘unito ai Ribelli’, non nel senso letterale del termine. Ti spiegherò tutto quando sarà il momento” le rispose il veterano, enigmatico.
“… cosa vuoi dire?” lo incalzò la giovane, stupita dalle sue ultime frasi.
“Se ti riferisci alla mia fedeltà alla nostra causa… stai tranquilla, non c’è niente di cui tu debba preoccuparti. Mi riferivo solo a un dettaglio di poca importanza. Fidati.”

Sherry non sembrò del tutto convinta, ma nei tre mesi trascorsi tra le forze Ribelli aveva imparato che l’onestà e l’affidabilità di Ojek non erano mai da mettere in dubbio. Se n’era resa conto soprattutto durante le prime settimane, quando non era ancora abituata alla difficile vita da ribelle, e l’anziano veterano l’aveva presa sotto la sua ala protettrice, come una figlia o una nipote, aiutandola più di chiunque altro ad inserirsi nel gruppo.

Dal canto suo, Sherry voleva ripagare la fiducia che lui le aveva dimostrato, e per questo fu proprio lei, una delle ultime arrivate, ad accompagnarlo in questa rischiosa missione.

“Mah… se lo dici tu…” concluse lei, sedendosi sopra alla scrivania di Redgarn.

—–

Intanto, all’esterno, nelle menti di qualche abitante dell’avamposto si stava accendendo tenue tenue la fiammella del dubbio, il dubbio insistente che ogni cosa in cui avevano creduto fino a quel momento fosse falsa, che le loro vite fossero state manipolate ad arte da individui che nemmeno avevano mai visto in volto.

Il filmato, infatti, era composto da una sequenza di schemi – commentati da una voce contraffatta e irriconoscibile – estremamente semplici da capire, che spiegavano come il Re e i suoi ministri controllassero la diffusione delle idee tra la popolazione: il canale unico per il Legoog Visor, l’unico mass media messo a disposizione dei cittadini comuni, impediva che il governo – che per l’appunto lo gestiva – potesse essere contraddetto da voci avversarie.

Stimolando la popolazione a fare ampio e regolare uso di tali Visor, il governo era riuscito ad uccidere l’idea del pluralismo, con tutto ciò che ne conseguiva: erano il Re e i ministri a decidere cosa fossero autorizzati a pensare i cittadini, e cosa dovesse invece essere visto come un pericolo, come un nemico.
Anche le strade, i dormitori, gli ambienti di lavoro erano riempiti di manifesti e slogan concordi alle idee che venivano somministrate attraverso i Visor, in modo da radicare con più forza tali pensieri nelle menti indebolite della popolazione.

Non era un caso che i Ribelli fossero comunemente – ed erroneamente – considerati assassini, traditori da odiare: anche questo era un risultato del lavaggio del cervello operato dal Governo, per cui l’opera di diffusione della libertà intellettuale portata avanti da Ojek e compagni risultava ovviamente una dolorosa spina nel fianco.

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