Quella notte…
“Che vogliano torturare il Capitano, domani mattina? Io ho paura, chissà…” chiese tremante Elizabeth, terrorizzata dagli ignoti, sicuramente diabolici piani dei due ribelli che, quasi senza colpo ferire, avevano assunto il controllo dell’avamposto.
“… mmh… piantala di lamentarti… lasciami dormire…” la zittì irritata la sua compagna di stanza, più infastidita dall’essere stata svegliata dalle chiacchiere inutili della giovane infermiera che preoccupata dalla situazione in cui si trovavano.
La camera in cui dormivano era all’interno dell’ospedale, separata dal dormitorio dei soldati. L’arredamento essenziale, le pareti dipinte di un tenue verde chiaro davano la netta impressione di un locale molto curato e pulito, rilassante alla vista. Queste stanze erano tenute in ordine dalle ragazze stesse, che ne facevano le loro abitazioni – in scala ridotta – nel periodo in cui venivano assegnate agli avamposti: era raro trovare un comodino che non fosse popolato da piccoli portafoto delle proprie famiglie, dei propri amici più stretti, che non fosse un ricettacolo di ciò che alle giovani veniva inappellabilmente ordinato di lasciare – temporaneamente – in nome della patria.
Lo scarno guardaroba delle ragazze alloggiava comodo comodo all’interno di un ampio armadio a due ante, di un materiale sintetico che ricordava il legno, ma molto più leggero e semplice da trasportare. L’ultimo elemento della stanza, l’immancabile Legoog Visor – una sorta di TV ad un solo canale, che riceveva i segnali dalla città più vicina grazie all’Holocomm – faceva bella mostra di sé su un tavolino posto accanto alla parete di fronte ai letti.
A quell’ora non ci sarebbe stato altro che la replica del discorso settimanale del Re, che ognuno finiva col rivedere almeno tre o quattro volte, nonostante ripetesse ogni settimana più o meno le stesse cose: tenete gli occhi aperti, i ribelli si nascondono anche tra le persone più insospettabili… abbiate fiducia nelle istituzioni, il Re e i suoi ministri lavorano 24 ore su 24 per assicurare a tutta la popolazione, nessuno escluso, una vita libera e dignitosa… vi assicuro, sul mio onore, che non appena i Repubblicani si ritireranno dalla guerra, che hanno loro stessi scatenato, ci saranno più ricchezze e quindi i Lifedomes diventeranno più numerosi, nonché più grandi e spaziosi… amate e la patria e il Re in quanto ne è il Grande Padre, siamo tutti un’unica famiglia…
“Non capisco come tu faccia a dormire…” le sussurrò Elizabeth, sconfortata; il sordo e insensibile russare dell’amica fu per la sua inquietudine la peggior rassicurazione possibile, tanto che la povera ragazza decise di uscire e prendere una boccata d’aria. Tanto il sonno non sarebbe arrivato, né in quel momento, né dopo un’ora passata sotto le coperte a cercare inutilmente il mondo dei sogni, il cui celeste ingresso sarebbe stato però sbarrato dalle nubi cupe e minacciose dell’agitazione che oscurava i pensieri di Elizabeth.
Appena qualche passo oltre la soglia dell’infermeria, la sua attenzione fu improvvisamente richiamata da un debole tintinnio, un suono metallico ripetuto senza soluzione di continuità a intervalli brevi e regolari, proveniente dall’albero del Capitano. Era come se i malvagi ribelli stessero prendendo a martellate l’Holocomm.
“Ehi… cosa ci fai tu, qui fuori?” si sentì richiamare, da una voce familiare e amichevole.
Elizabeth trasalì e si girò di scatto, trovandosi di fronte ad una delle quattro Guardie permanenti dell’avamposto.
“… Nad? Non riuscivo a prendere sonno… e ho pensato di fare due passi qui fuori” spiegò lei, sollevata dalla scoperta di non essere stata l’unica in preda all’ansia.
“Preoccupata per domani, vero?” Nad non ebbe eccessive difficoltà ad intuire l’ovvio.
“Già. Ho sentito dire che i ribelli catturati dal nostro esercito vengono interrogati, torturati, giustiziati… pensi che vogliano… come dire… vendicarsi su di noi?” ipotizzò lei.
“No, non preoccuparti. Vedrai che andrà tutto bene, loro se ne andranno e ci dimenticheremo subito di questa giornata” avrebbe voluto sentirsi dire. Lo desiderava tanto da convincersi che le parole dell’amico sarebbero state proprio quelle. La sua immaginazione vide tutta la scena, fulminea, più veloce di un battito di ciglia; la voce del giovane Guardiano, però, la ridestò dal mondo onirico in cui i suoi pensieri fluttuavano, riportandoli a terra, a fronteggiare la dura e fredda realtà.
“Sinceramente… non lo so. L’unica cosa che posso immaginare è che non abbiano buone intenzioni. Sono dei traditori, che hanno rinnegato la loro nazione, abbandonato le loro famiglie e deluso la fiducia che il Re ripone in ognuno di noi per correre dietro a fantasie puramente infondate” sentenziò Nad con veemenza, tradendo un intimo e profondo rancore verso il movimento ribelle di Lideth.
“… grazie delle rassicurazioni. Sei sempre molto confortante” non mancò di fargli notare la ragazza, che sfogava il suo nervosismo camminando in circolo nello spiazzo attorno all’infermeria, illuminato solamente dalla luce della luna.
La Guardia, invece, era appoggiata alla parete esterna dell’edificio, le braccia dietro la schiena, la sua attenzione irresistibilmente calamitata dall’elegante – anche se palesemente agitato – incedere dell’infermiera.
“… si può sapere cos’hai da guardare, tu?” gli chiese lei, con uno sguardo piacevolmente incuriosito, dimenticando per un istante ogni preoccupazione.
“Oh… niente, niente…” fu l’imbarazzata e affrettata risposta del ragazzo. Non che ci fosse la necessità di aggiungere altro, naturalmente, tale era la silenziosa eloquenza con cui i suoi occhi riflettevano ciò che gli stava attraversando la mente.
“Ehm… sarà meglio che tu torni a dormire, adesso… stai tranquilla, non permetteremo che vi facciano del male” la rassicurò Nad, con un sorriso che gli fu subito ricambiato dalla ragazza.
La mattina seguente…
“… quarantanove, e cinquanta. Ci sono tutti. Quaranta soldati di pattuglia, cinque infermiere, quattro guardiani dell’avamposto e un Capitano incapace impacchettato come un salame. Anche se l’ultimo è dentro la capanna. Possiamo iniziare, Ojek” gli disse Sherry, ridacchiando.
L’uomo si limitò ad annuire con un cenno del capo, indaffarato ad allentare le viti che tenevano l’Holocomm ancorato alla capanna.
“… ecco fatto. Che ne dici, Redgarn? Bel lavoro, vero?” chiese il ribelle, voltandosi verso l’ufficiale legato e imbavagliato, seduto in un angolo della capanna. “Oh, scusami, dimenticavo che non puoi parlare…” aggiunse, per farsi beffe di lui.
Molti si erano alzati da poco, e tenevano una mano di fronte agli occhi per non farsi abbagliare dai dolci raggi del sole appena sorto, impegnati in un’impari battaglia contro il freddo stagionale per riscaldare la frizzante arietta mattutina. Tutt’intorno a loro anche la natura si stava risvegliando, i fiori e le piante si aprivano alla luce e al seppur tenue calore solare, dopo l’immobilità di una notte trascorsa in attesa dell’arrivo del nuovo giorno, che avrebbe scacciato la rigida temperatura del buio autunnale.
Nad era assieme ad Alex e altri soldati, quando si accorse della presenza di Elizabeth, sola soletta, il suo sguardo ansioso rivolto verso la capanna. Si congedò dal gruppetto di amici con una scusa qualsiasi, e si fece largo tra la folla, in direzione della ragazza.
“Tranquilla come sempre, eh?” esordì lui, cercando di alleggerire la tensione dell’attesa.
“Ah, ciao Nad! Ti ringrazio per avermi fatto compagnia ieri sera… se fossi stata da sola con la mia compagna di stanza sarei esplosa dalla preoccupazione…” lo salutò lei, sorridendo.
“Almeno questo… in fondo è anche colpa mia se sono riusciti a catturare il Capitano…” ammise il giovane, ricordandole che, se il temerario piano di Ojek e Sherry aveva avuto successo, gran parte del ‘merito’ andava all’ingenuità dei quattro guardiani.
Nel frattempo Ojek era apparso sul ramo della capanna, presentandosi per la prima volta di fronte all’intera popolazione dell’avamposto. Il chiacchiericcio agitato e incessante delle Guardie e delle infermiere si interruppe di colpo, l’attenzione di ognuno rivolta alle parole che il Ribelle stava per pronunciare.
“Eccolo… finalmente sapremo cos’hanno intenzione di combinare…” concluse Nad, volgendo lo sguardo verso l’albero.