Lifedomes – Ojek contro Redgarn

Il Capitano non se lo fece dire due volte: gettò via dal tavolo le mappe e le scartoffie su cui stava lavorando e aprì il cassetto, estraendone un fucile laser.
“Devi solo azzardarti a mettere il naso qui dentro, bastardo di un ribelle…” pensò, togliendo la sicura all’arma e puntandola verso l’entrata della stanza, che ora stava fissando rabbiosamente.

La cosiddetta sala del capitano era poco più della classica capanna sull’albero, con un paio di piccole finestrelle e scarsamente ammobiliata: la sua funzione, infatti, era quella di fornire all’ufficiale incaricato di supervisionare e dirigere la vita nell’avamposto, un luogo tranquillo e riparato per comunicare col Comando e preparare i piani di perlustrazione.

“… perché ci mette tanto?” si chiese Redgarn. Ormai erano passati un paio di minuti da quando i ragazzi l’avevano avvertito, e non aveva ancora visto anima viva.
Improvvisamente… “CAPITANO! SUL TETTO!” lo avvertì Alex, che non aveva smesso di seguire i movimenti del ribelle. L’uomo si era appena gettato sulla capanna dal ramo sovrastante, per prendere di sorpresa il soldato.

Quest’ultimo reagì immediatamente, prima con una sonora bestemmia, e poi sparando al soffitto, verso il punto da cui aveva sentito provenire il tonfo degli stivali del misterioso intruso. L’arma produsse un brevissimo sibilo, e lasciò partire uno scintillante raggio di energia che attraversò il legno della capanna, lasciando un minuto foro circolare nel soffitto, e si perse tra le stelle nel cielo.
Resosi conto di aver mancato il bersaglio, il capitano gettò in un angolo della capanna il fucile – che sarebbe stato svantaggioso da maneggiare in un combattimento corpo a corpo – e sfoderò l’elettroshocker, rivolto verso l’ingresso, pronto a fronteggiare il nemico.

Stavolta, l’attesa dell’ufficiale fu ripagata dall’ingresso in scena del suo furtivo rivale; vestiva una tuta mimetica molto simile alle uniformi della Guardia, e il suo volto portava i segni inconfondibili di chi aveva trascorso gran parte delle sue giornate in ambienti ostili, come la Grande Foresta: piccole cicatrici qua e là su tutto il viso, la pelle resa ruvida e spessa dalla pioggia e dal vento sferzante, e una barba ispida e poco curata. Nonostante questo, e i capelli che ormai iniziavano ad ingrigirsi per l’età non più giovanile, la sua espressione era quella di una persona decisa, assolutamente sicura di sé e dei propri mezzi. Non ne aveva tutti i torti, in fondo, dopo aver dato prova di essere dotato di lucidità e scaltrezza non comuni anche tra gli stessi membri della Guardia.

“Il mio nome è Ojek, e faccio parte di quelli che voi chiamate ‘Ribelli’. Lieto di fare la tua conoscenza, Capitano Redgarn” si introdusse, appoggiandosi con una spalla all’entrata della capanna. “Immagino che però tu non possa dire altrettanto” aggiunse, con un sorriso beffardo.
“Si può sapere cosa diavolo volete da noi??” lo interrogò il soldato, furibondo. Era convinto che in un avamposto tanto lontano dal confine con la Repubblica non avrebbe mai dovuto faticare per guadagnare il suo lauto stipendio da ufficiale. Ne era una prova evidente l’incuria con cui aveva predisposto le difese della sua stessa sala, eluse con facilità disarmante da un paio di semplici ribelli.
“Secondo te? Qual è l’unica cosa di cui potremmo avere bisogno che possiamo trovare solo in questa sala?” gli rispose Ojek inarcando le sopracciglia, come se fosse stato stupito dall’ingenuità che tradiva una simile domanda.
“Non credo proprio che il Comandante Galen sarebbe contento di sapere che, a causa dell’incapacità di un suo sottoposto, i Ribelli siano entrati in possesso di una delle mappe degli avamposti del Regno di Lideth…” lo incalzò l’intruso, che intanto aveva estratto l’elettroshocker, rendendo chiaro il motivo principale della loro incursione.

Al solo pensiero di dover rispondere di una noncuranza simile di fronte al Comandante, il terrore si impadronì di Redgarn, che perse il controllo e si lanciò alla carica; Ojek, che tutto si aspettava fuorchè una reazione simile, fu colto alla sprovvista. Saltò fuori dalla capanna per schivare all’ultimo istante l’affondo dell’ufficiale, ma perse l’equilibrio, e per evitare di cadere rovinosamente al suolo da un paio di metri di altezza si aggrappò con entrambe le mani al ramo su cui si trovavano.
Pochi istanti dopo, il tonfo sordo dell’elettroshocker che cadeva sul fogliame fece capire a Ojek che la fortuna l’aveva abbandonato, lasciandolo – disarmato – in balia del Capitano Redgarn.

“Dannazione! Questa non ci voleva…” pensò Ojek, volgendo lo sguardo verso il punto in cui aveva sentito atterrare la sua arma, senza però riuscire ad individuarla.
“Adesso non fai più tanto lo sbruffone, eh?” lo sbeffeggiò Redgarn, come se non fosse stato solamente un colpo fortunato. Il Capitano aveva terminato la sua corsa furibonda pochi passi all’esterno della sala, vicino a dov’era aggrappato il ribelle; ora se ne stava lì a guardarlo compiaciuto, pronto a stordirlo con una carica elettrica al primo tentativo di reazione.

“Certo che voi Ribelli dovete essere ridotti male… mandare in una missione simile uno della tua età… pfft, patetici…” sussurrò Redgarn, in tono altezzoso.
Ojek rispose a fatica, tutte le sue energie tese a rimanere aggrappato al ramo, per non finire tra le braccia dei giovani guardiani: “… è stata una mia iniziativa… non mi sembrava… il caso… di far rischiare dei giovani inesperti… e promettenti… per una delle mie… idee”.
“… e hai fatto bene, considerando com’è andata a finire…” concluse il Capitano, guardando con disprezzo il coraggioso ribelle. “Là sotto i ragazzi non aspettano altro che tu cada per arrestarti. Ce la fai da solo, o hai bisogno di una spinta?” lo sbeffeggiò sogghignando, l’elettroshocker saldamente in pugno.
“Non siete altro che burattini nelle mani di chi ha il potere… possibile che non ve ne rendiate conto??” gridò con rabbia l’intruso, in risposta alla provocazione del soldato.

“Andiamo, non rendere tutto più difficile. Certi tentativi disperati non attaccano, con me…” proclamò Redgarn, sentendo la vittoria in pugno. “Arrenditi senza fare tante storie, non hai scam…”
Prima che l’ufficiale potesse finire la frase, Ojek avvertì un sibilo e un lieve spostamento d’aria, pochi centimetri a lato del suo orecchio destro. Subito dopo Redgarn mosse qualche passo, barcollando proprio all’interno della capanna, e cadde pesantemente al suolo privo di sensi.
“Whew… certo che c’è mancato poco…” pensò Sherry, tirando un sospiro di sollievo. La ragazza, sfruttando la penombra e la sua posizione nascosta, aveva infatti lanciato uno dei suoi sedativi verso il Capitano, colpendolo in pieno.

“Che diavolo…” chiese Nad ai suoi compagni, non capendo cosa potesse essere successo; ma la loro attenzione fu immediatamente catturata dalla voce di Ojek, che nel frattempo era risalito sul ramo e aveva raccolto il fucile di Redgarn dalla capanna.
“Fermi lì, ragazzi. Non vorrei che il vostro Capitano facesse una brutta fine… sapete, ho sentito dire che il Comandante Galen sia piuttosto poco paziente con i suoi sottoposti in casi simili…”

Il Comandante si aspettava infatti massima precisione e impegno costante da parte dei suoi uomini, e non tollerava leggerezze o inadempienze: la severità con cui le puniva era tale da intimorire chiunque facesse parte della Guardia Forestale; come spesso accade, inoltre, le chiacchiere e le voci di corridoio contribuivano in modo estremamente efficace a ingigantire la realtà, e rendere la figura di Galen una delle più inquietanti nell’intero Regno di Lideth.

“E adesso?” si interrogò terrorizzato Alex, sperando che Nad – che si era dimostrato il più sveglio dei quattro – avesse qualche idea.
“… facciamo quello che ci dice, per ora. Tra poco gli altri saranno di ritorno” sussurrò il ragazzo, sperando che l’arrivo delle pattuglie potesse mettere in fuga Ojek.
Il ribelle, però, aveva piani ben precisi: “Sherry, sali e aiutami a legare il capitano, prima che si svegli” disse all’amica. “Voi quattro, invece… mettete al corrente della situazione i soldati di pattuglia e le infermiere. Domani mattina, all’alba, vi voglio tutti quanti attorno a quest’albero… e state calmi. Non abbiamo cattive intenzioni, e se farete esattamente ciò che vi diciamo, tra qualche giorno libereremo il Capitano Redgarn e ce ne andremo come se nulla fosse successo. Non costringeteci a mettervi nei guai con il Comandante, e noi non lo faremo…”

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